Cit. Migrazioni I, Seobe

“In qualche luogo, doveva esserci anche per lui qualcosa che provenisse dal cielo, come quel fascio di luce che brillava sulle cime degli alberi nei frutteti, sopra la città, con dietro il cielo stellato, nell’oscurità dei tetti popolati da piccioni e da rondini. Una vita più dolce, la serenità, avvenimenti che fluissero come i getti puri e freddi, gradevoli e spumeggianti, di una cascata, tutto questo doveva pure esistere da qualche parte, per lui e per la sua gente. Bisognava quindi migrare, cercare la tranquillità e la pace in una terra pura, limpida e levigata come la superficie dei profondi laghi di montagna, pensava Isakovič. Andar via con gli altri, e con il patriarca, lasciare quel fango, le guerre continue, il servizio, gli obblighi. Vivere come voleva, senza quella terribile confusione, seguire la vita per la quale era nato. Cercare l’evento straordinario che, come il cielo, tutto avvolgesse e completasse”.

Miloš Crnjanski, Migrazioni

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