Commento a Sumatra, Objašnjenje Sumatre

“Ho sentito, un giorno, tutta l’impotenza della nostra vita, e la complessità del nostro destino. Ho visto che nessuno va dove dove vuole, e ho notato connessioni prima inosservate. Quel giorno, alcune persone dal Senegal, alcuni Annamiti, camminavano accanto a me, ho incontrato un mio vecchio amico, di ritorno dalla guerra. Quando gli ho chiesto da dove arrivasse, lui ha risposto: da Bukhara!

Sua madre è morta e i vicini l’hanno sepolta. Qualcuno ha rubato tutti i suoi mobili, da casa sua. Mi disse, non ho nemmeno più un letto ora!

E quando gli ho chiesto come avesse viaggiato fino a qui, mi ha detto: “Attraverso il Giappone e l’Inghilterra, dove sono stato arrestato”. Gli ho chiesto: “Che cosa farai adesso”? “Non lo so. Sono solo. Sai, ero fidanzato. Lei è andata altrove. Forse non ha ricevuto le mie lettere. Chi lo sa dove la vita la porterà? Non so cosa fare, forse trovare un lavoro in una banca”.

Tutto questo è accaduto alla stazione di Zagabria. Più tardi sono salito su un treno e ho viaggiato oltre. Il treno era affollato, perlopiù di soldati, di donne logore, e di tante persone confuse. Non c’era alcuna luce e le ombre erano tutto ciò che potevo vedere. Bambini erano distesi sul pavimento, intorno ai nostri piedi. Esausto, non sono riuscito a dormire. Le persone attorno a me parlavano e ho notato che anche le voci erano in qualche modo pesanti e che il parlare umano non era mai risuonato così. Fissando le finestre buie ho ricordato il mio amico descrivere alcune cime innevate dei monti Urali, dove passò un anno in un campo di prigionia. Ha parlato, lungamente, con voce delicata, di quella parte degli Urali.

E ho sentito tutto quel bianco, infinito silenzio, là, in lontananza. Ho sorriso. Sono molti i luoghi in cui quell’uomo è stato! Lo ricordo parlare di una donna. Dalla sua descrizione ricordo solo il suo viso pallido. Ha ripetuto, un paio di volte, come era pallida quando lui la vide l’ultima volta.

Nella mia memoria, ansiosamente, i volti di alcune donne, a cui ho detto addio, vorticosamente, alcuni visi che avevo incontrato in navi e treni. Ho iniziato ad ansimare, sono dovuto uscire, nel corridoio. Il treno aveva appena raggiunto le cime di Fruška Gora. Alcuni rami stavano battendo sul vetro rotto della finestra.

Attraverso il vetro, l’umido, bagnato, freddo profumo degli alberi iniziò ad entrare nel treno e potevo sentire il mormorio di un torrente. Ci siamo fermati davanti a un tunnel crollato.

Volevo vedere quel torrente, quel gorgoglio trattenuto nel buio, e ho avuto l’impressione che fosse rosso e confortante. I miei occhi erano stanchi per la mancanza di sonno, e un po’ di debolezza mi raggiunse, dopo il lungo viaggio. Ho pensato: guarda, come non ci sono connessioni in questo mondo. Il mio amico amava quella donna e lei è rimasta sola, in qualche casa coperta di neve a Tobolsk. Niente può essere afferrato. Anche io, molti sono i luoghi in cui sono stato.

Eppure, qui, come scorre gioiosamente questo torrente. E’ rosso e mormora. Ho appoggiato la mia testa sul vetro rotto della finestra. Alcuni soldati stavano camminando, sul tetto, da carrozza a carrozza. E tutti quei volti pallidi, e tutto il mio dolore scomparso nel gorgogliare del torrente nel buio. Il treno non poteva andare avanti. Abbiamo dovuto risalire il tunnel a Čortanovci e camminare fino all’altro lato.

Faceva freddo. Ho camminato, tra la folla di passeggeri sconosciuti. L’erba era umida, scivolavamo lentamente, alcuni caddero. Quando finalmente abbiamo risalito la collina, sotto, abbiamo visto il Danubio, grigio, nebbioso. Tutta la nebbia, al di là della quale c’era un accenno di cielo, era infinita, interminabile. Colline verdi, come isole al di sopra della terra, svanivano nell’alba. Stavo ritardando.

E i miei pensieri, ancora, seguivano il mio amico in quel viaggio che mi stava raccontando con un po’ di amarezza. Mari blu, isole lontane, a me sconosciuti, piante scarlatte e coralli, che ricordavo, probabilmente, dalla geografia, scagliati nei miei pensieri.

Finalmente la pace, la calma dell’alba, iniziavano a riempire la mia anima. Tutto, il mio amico mi stava raccontando, ed egli stesso, nel suo lacerato, cappotto militare, rimase nel mio cervello, per sempre. Tutto ad un tratto mi ricordai delle città e le persone che avevo visto tornando dalla guerra. Per la prima volta ho sentito un immenso cambiamento nel mondo.

Dall’altra parte del tunnel un treno ci aspettava. Anche se stava albeggiando, il treno era ancora completamente buio. Un paio di volte ho ripetuto a me stesso: Sumatra, Sumatra!

Tutto è impigliato, loro ci hanno cambiati. Mi sono ricordato come era la vita prima, e ho chinato la testa.

Il treno partì con un boato. Ero cullato dal fatto che tutto fosse così strano, la vita, e le grandi distanze in essa. Penso a tutti i luoghi che la nostra angoscia ha raggiunto, a tutti i volti che abbiamo accarezzato, stanchi, in terre straniere! Non solo io, o lui, ma tanti altri! Migliaia! Milioni!

Ho pensato: come mi saluterà la mia patria? Le ciliege devono essere già mature e i villaggi pieni di gioia. Guarda, come anche i colori, fino alle stelle, sulle ciliege e sui coralli! Come tutto è connesso, nel mondo. “Sumatra”, ho detto, ancora, beffardo, a me stesso.

Improvvisamente ho tremato. Alcune ansie, in me, che non avevano nemmeno raggiunto la coscienza, mi svegliarono. Sono uscito nel corridoio. Faceva freddo. Il treno si fermò in una foresta. In una carrozza delle persone stavano cantando. Da qualche parte, un bambino stava piangendo. Ma tutti quei suoni era come se mi raggiungessero da una grande distanza. Sentì il freddo della mattina sulla mia pelle. Ho visto anche la luna, luccicante, e ho sorriso, involontariamente. Lui è lo stesso ovunque, perché è morto.

Ho sentito tutta la nostra impotenza, tutto il mio dolore. “Sumatra”, ho sussurrato, con un’aria strana.

Ma nella mia anima, nel profondo, nonostante tutte le reticenze, ho sentito infinito amore per quelle colline lontane, montagne innevate, per tutte le strade fino ai mari ghiacciati. Per quelle isole distanti dove, forse, tutto quello che non abbiamo mai fatto sta accadendo ora. Ho perso la paura della morte. Connessioni con il mondo attorno a me. Come in qualche folle allucinazione, fluttuavo in quelle interminabili nebbie mattutine per allungare la mano e accarezzare i distanti Urali, i mari dell’India, dove era andato tutto il rossore del mio viso. Per accarezzare le isole, gli amori, gli innamorati, figure pallide. Tutta la complessità si trasformò in pace immensa e consolazione senza fine.

Più tardi, in una camera di albergo, a Novi Sad, ho tarsformato tutto in una poesia“.

Miloš Crnjanski. Belgrado, 1920.

Nota: traduzione, non professionale, da questa traduzione inglese di Objašnjenje Sumatre. Correzioni benvenute.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...